Museo delle Civiltà

All’interno della sezione “Africa”, nel soppalco, si apre l'esposizione "Lo splendore del guerriero. Armi africane antiche".

 

Questa esposizione vuole dare un’idea di ciò che dell’Africa hanno saputo vedere alcuni nostri antenati: quei viaggiatori italiani che presero parte all'esplorazione del continente nell’era precoloniale e quelli che furono attivi nell’amministrazione coloniale italiana.

 

<segui a leggere>

Africa

 

Responsabile: Egidio Cossa

 

Tre sono i momenti storici fondamentali dell’incontro tra Africa

e Occidente, momenti di incontro e spesso di scontro tra realtà così diverse da sembrare apparentemente incomunicabili. Eppure questi contatti hanno fornito un interscambio culturale che ha generato un rapporto mai più interrotto di scambio di conoscenza e, al tempo stesso, l’apprezzamento reciproco dei valori che questi due mondi hanno saputo esprimere.

 

La scoperta della costa occidentale

 

Primi oggetti africani in Italia

 

Agli inizi dell’Età Moderna i paesi europei conoscevano soltanto la parte costiera dell'Africa.

I navigatori portoghesi avevano esplorato le coste occidentali del continente in poco più di 50 anni, tra il 1434 e il 1488. Raggiunto il Capo di Buona Speranza, essi avevano aperto la via marittima che proseguiva oltre Zanzibar, in direzione delle Indie.

 

 

I portoghesi si erano limitati a installare una serie di scali costieri che servivano da base per i vascelli mercantili e per l’azione dei missionari cattolici.

Missionari e mercanti del XVI e XVII secolo riportarono dall’Africa alcuni oggetti che apparivano loro particolarmente curiosi e esotici, scegliendo forse quelli che suscitavano maggiore meraviglia per la raffinatezza della lavorazione e per la rarità del materiale impiegato – documenti di un mondo lontano, diverso e sconosciuto per l’Europa di allora.

Gli oggetti confluirono per lo più nelle raccolte d’arte delle corti reali e principesche dell’Europa rinascimentale e barocca, nei tesori delle cattedrali o nelle collezioni di alcuni personaggi eminenti per rango e per cultura. Si trattava di raccolte a carattere enciclopedico, allora riservate ad una ristrettissima cerchia di visitatori, indicate con il nome di Camera delle Meraviglie (dal tedesco Wunderkammer), Cabinet de Curiosité, Studiolo o Museo. Esse costituirono, in seguito, il nucleo di molte delle raccolte museali moderne.

 

L’esplorazione dell’interno del continente

 

Le raccolte etnografiche

 

Fino agli inizi del XIX secolo l’Africa era stata per l’Europa poco più di una linea costiera.

L’esplorazione e la conquista dell’interno del continente iniziarono e si compirono nell’arco di un secolo, sull’onda delle prime esplorazioni individuali (Mungo Park, René Caillé, Heinrich Barth) e successivamente delle spedizioni promosse dalle Società Geografiche dei vari paesi europei.

Le vie di penetrazione seguivano spesso i grandi fiumi consentendo così di tracciare la carta idrografica dell’Africa. Il problema del corso e delle sorgenti del Nilo fu risolto per ultimo, tra il 1857 e il 1864, in seguito ai viaggi di Richard Burton, Johll H. Speke e James A. Grant.

In concomitanza con la politica di espansione coloniale, nacquero, in Europa e negli Stati Uniti d’America, i grandi musei di Etnografia che raccoglievano e classificavano armi, utensili ed ogni altro tipo di oggetto, come prove del livello evolutivo di quei popoli allora definiti “selvaggi” o “primitivi”.

Gli oggetti conservati nei musei etnografici sono oggi un documento di usanze spesso dimenticate e di tecniche quasi del tutto abbandonate; essi ci illustrano però la mentalità della cultura europea dell’epoca e le differenze nel modo di considerare tali oggetti tra chi li fabbricava e usava e chi li sceglieva.

 

La scoperta dell’Arte Negra

 

Agli inizi del Novecento la “scoperta” dell’arte africana influì sul processo di rivoluzione delle arti plastiche che si verificava in quel periodo in Occidente.

La particolare organizzazione dei volumi e l’assoluta mancanza di rapporti convenzionali della cosiddetta “arte negra” ispirarono i nuovi modelli compositivi di Picasso, Vlamink, Derain, Braque, Gris e altri.

Le loro opere – come nella plastica tradizionale africana – più che rimandare a sensazioni dedotte dall’universo sensibile, si basano sull’organizzazione armonica delle forme in un rapporto di equilibrio che nulla ha a che vedere con la logica estetica di tipo occidentale.

 

Con le correnti del Cubismo, dell’Espressionismo, del Futurismo e del Fauvismo iniziava così la ricerca di nuove soluzioni formali in aperta rottura con lo stile accademico allora imperante in Europa.

Il genio creativo degli artisti africani si esprime in una vasta gamma di materiali e forme. La plastica lignea – maschere e statuaria – resta comunque il contributo più significativo della tradizione artistica africana. In essa, più che in altre espressioni formali, è evidente la sostanziale attinenza che lega, nella realtà africana, linguaggio estetico, pensiero religioso e struttura sociale, in una unità inscindibile che è l’elemento caratterizzante la cultura tribale.

Non tutte le tradizioni africane hanno espresso nella plastica lignea il loro universo concettuale: maschere e statuaria, pur in una vasta gamma di stili e sottostili, sono produzione tipica dei popoli stanziali delle regioni occidentali e centrali del Continente a sud del Sahara.

 

Ministero per i Beni e le attività Culturali. Vai al sito

Piazza Guglielmo Marconi, 14 - 00144 Roma E.U.R. - +39 06 549521 - fax +39 06 54952310 - mail